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Le parole in questi giorni incerti

In pochi giorni e all’improvviso, sono entrate nella nostra vita parole nuove. E noi che con i contenuti ci lavoriamo, spesso, non abbiamo avuto la possibilità di scegliere se usarle oppure no.

Qualche settimana fa, proprio per via della difficoltà che sentivo e che ho percepito negli altri, nell’uso di certe parole, ho deciso di scrivere un articolo in cui davo alcuni consigli su come comunicare. Uno di questi riguardava proprio le parole e quando l’ho scritto ero sicura di quello che consigliavo.

Poi, però, mi sono ritrovata a parlare con alcune colleghe, ho letto vari articoli, e mi sono resa conto che – nonostante avessi le migliori intenzioni, sono quelle che ci fregano – forse avevo semplificato troppo pur di dare una direzione. E allora ho chiesto il parere di colleghi di tre gruppi Facebook che frequento.

Nel giro di qualche giorno 200 persone hanno risposto al sondaggio “Le parole in questi giorni incerti” e hanno voluto condividere cinque pagine di feedback liberi!

Parole e slogan nuovi: l’opinione di chi lavora coi contenuti

Dal sondaggio è venuto fuori che le parole nuove più usate sono: coronavirus, covid-19, quarantena e lockdown. Una buona metà le ha usate perché pensava fosse giusto chiamare le cose con il loro nome

L’altra metà, invece, si è trovata divisa tra i tantissimi che si sono sentiti a disagio nell’usarle, chi non si è fatto domande e chi, invece, aveva altre opinioni.

D’un tratto, ci siamo trovati sommersi anche di nuovi slogan. Una buona metà, però, ha preferito non usarli: perché stufa di sentirli, non crede in questi slogan o non crede abbiano significato. 

Solo qualcuno ha usato: l’hashtag #iorestocasa (24,1%), “andrà tutto bene” (11,6%), e “distanti ma uniti” (8,7%).

Slogan che insieme ad altre parole sentiamo ripetersi uguali in buona parte degli spot pubblicitari come ci ha confermato il video “Every Covid – 19 Commercial is exactly the same”. Nel video, si alternano le pubblicità di vari marchi, molto diversi tra loro, ma le immagini sono le stesse – città e stadi vuoti, famiglie – e lo sono anche le parole: people, family, especially now, more than ever, times like these, during these times, in these time of uncertainity, we are here, safety at home, home, here to help, we’ll get through this, together, …

Mentre stavamo ancora cercando di abituarci a queste nuove parole, di capire se e come usarle, ecco che ne sono arrivate altre, già sentite, ma cariche di nuovi significati, per indicare il periodo che è iniziato il 4 maggio.

Il 36,2% ha risposto che l’avrebbe chiamata “fase 2”, il 29,6% pensava che non sarebbe cambiato nulla, il 13,6% non era interessato alla questione.

I partecipanti al sondaggio

Hanno partecipato al sondaggio più donne che uomini, di fasce di età diverse e la metà di queste si occupa principalmente di contenuti, grafica o social.. Per approfondire le fasce d’età e i job title puoi scaricare il pdf che contiene i risultati delle statistiche, a fine articolo.

Trovare le parole giuste

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”

In molti ci hanno tenuto a ricordare questa famosissima citazione di Nanni Moretti con la quale sono assolutamente d’accordo. Ma perché queste parole nuove e questi nuovi slogan non vanno bene a molti di noi. Vediamo qualche perché a partire proprio da quelle cinque pagine di feedback liberi.

Quarantena

Secondo Paolo Iabichino – che l’ha inclusa tra “Le Parole infette” – è una parola che non può essere salvata e di cui non sentiremo la mancanza. Ma cosa significa quarantena? secondo il vocabolario Treccani si tratta di: 

“Periodo di isolamento (originariamente di 40 giorni) al quale vengono sottoposti persone, animali e cose ritenuti portatori di agenti infettivi. La sua durata differisce fra le varie malattie, in rapporto al relativo periodo d’incubazione.”

Nel nostro caso sono passati più di quaranta giorni e anche se siamo entrati nella fase 2 la quarantena non è del tutto finita e non siamo ancora tornati alla vita di prima – su questo ci tornerò più avanti.

Doveva trattarsi di un periodo passeggero ma è diventata la nuova normalità. Forse quarantena non è più il termine giusto?

“Andrà tutto bene.”

Una promessa che manterremo, che manterranno – quelli che stanno al governo – o semplicemente una frase per creare empatia e farci sentire distanti ma uniti?

Preferiamo pensare che andrà bene? Così come scriveva qualcuno, si tratta di una frase che si sente ripetere spesso anche nei film, soprattutto, quelli che parlano di tragedie…

Andrà tutto bene? Per adesso è una domanda a risposta aperta.

#iorestoacasa

Sembrerebbe una frase “innocua” che indica quello che stavamo facendo – il classico chiamare le cose con il loro nome – finché non ho letto l’articolo – appello della mia collega di RAF Bologna, Elisabetta Bracci, Smart Service & Smart Building Specialist:

L’Italia non è tutta ferma, va a due velocità, oggi più che mai: #iostoacasa non vale per tutti e non vale tutto il giorno. […] Pensiamo ai corrieri, operai, elettricisti, farmacisti, facchini, pubblici ufficiali, forze dell’ordine, autotrasportatori, medici, infermieri… […] Sono un esercito di silenziosi, perché non hanno il tempo di lamentarsi di quanto sia difficile stare chiusi in casa […]

Dopo aver letto le sue parole ho pensato che sarebbe stato più giusto l’hashtag #iopossostareacasa per sottolineare come, al di là delle particolarità di ogni situazione familiare, si ha rispetto per chi deve continuare a lavorare per fermare il virus e verso chi una casa non ce l’ha.

Alcune parole di sempre hanno nuovi significati

“Le parole che usiamo ogni giorno ci possono ferire, ma possono essere scialuppe in un mare in tempesta.”

Questa è una delle frasi che ho tratto dai feedback liberi del sondaggio. (Se tu che l’hai scritta volessi palesarti sarò felice di mettere il tuo nome!) Cosa possiamo dire delle parole che conoscevamo già? 

Cosa ne è stato e cosa ne sarà di quelle parole che ci hanno tenuto buona compagnia e a cui ci siamo aggrappati nei momenti di sconforto: come stai, abbraccio, positivo, positività, lavoro?

Hanno perso il loro significato e ne hanno assunto uno nuovo che ci fa paura, ci mette ansia. Non sappiamo più come rispondere alla domanda “come stai?”. Dalla mia esperienza, 9 volte su 10, quando chiedevo a qualcuno “come stai” la risposta è stata “bene, sono a casa” con una velatura di noia/fastidio/ovvietà.

Forse dobbiamo provare a essere più positivi? La positività non ha più una buona reputazione, in questo periodo. Un po’ come gli abbracci.

Uno dei meme che girano di più in rete parlano del Covid -19 come il fattore che ha portato l’innovazione nelle aziende. In effetti, con l’arrivo del virus molte aziende hanno cominciato a pensare il lavoro in modo diverso. Sì, perché è soprattutto una questione del tanto citato mindset: se non pensi secondo una nuova prospettiva non puoi davvero cambiare le cose.

Io dalla mia sono convinta che sia stato il primo passo ma che dobbiamo cambiare tutti il modo di pensare e proiettarci verso una vita in cui si lavora per vivere – e non si vive per lavorare -, in cui ognuno può organizzare il lavoro in obiettivi da raggiungere secondo i propri tempi e le proprie necessità private. 

Questo significa che non dovrà essere on demand solo il divertimento ma anche tutti i servizi, in modo che possiamo essere davvero protagonisti delle nostre vite.

La zona grigia

Stamattina ascoltavo l’intervista di Radio Cometa Rossa a Valentina Di Michele, Digital Content Strategist e Content Designer, e ho pensato di aggiungere le sue riflessioni su alcune di quelle parole che usavamo già ma hanno acquisito un nuovo significato.

Distanziamento sociale

“è un parola che nasce da un modello mentale di tecnici, sanno cosa significa. Questa parola non appartiene al nostro modello mentale quindi non è comprensibile neanche se mi viene spiegata e comporta una forma di ostilità dentro perché non è pensata per essere usata da me.”

Pandemia, crisi, emergenza

“sono parole che comportano già in sé un’idea ansiogena, di qualcosa di negativo, usate in contesti fuori luogo. Mettere a comune la guerra a questo contesto fa aumentare la sensazione di ansia del momento. […] Queste parole ci generano una doppia paura: la prima è per la parola in sé e la seconda è di non capirle e perdere il controllo rispetto alla situazione.”

Ma perché sono state usate queste parole? E a cosa bisognerebbe pensare quando si usa una parola?

“Usare una parola senza significato, vaga, che non è contestabile […] è rimanere in una zona grigia dove decidi tu. […] Il che delle cose sta dentro alle cose” (L. Wittgenstein) Il significato delle cose sta all’interno delle cose.”

C’è un gran lavoro da fare

Su una cosa, però, sono stati in molti a essere d’accordo – nei feedback liberi e lo sono anche io -: alcune parole sono state usate e abusate, “bisognerà sciacquarle […] ricostruire non solo un lessico condiviso ma anche la percezione intorno a esso.”[contributo di Valentina Ziliani]

D’altra parte noi che con le parole ci lavoriamo ogni giorno, per noi o per gli altri, siamo abituati a rimodellare i testi a partire dalle singole parole. Abbiamo già trovato mille alternative ad altre parole abusate come leader di settore e 360° gradi. Riprendiamoci le parole, prendiamocene cura, inventiamone di nuove – la lingua è viva, come direbbe Vera Gheno.

Non sarà un lavoro facile ma potrebbe rendere più serena la prospettiva in cui guardiamo la nostra vita e quella degli altri.

“Non torniamo al mondo come prima ma ridisegniamolo daccapo!” Nell’immaginare e dare forma a questo nuovo mondo sono sicura che potrà aiutarci la creatività che come scrive Alessandra Gariboldi, della Fondazione Fitzcarraldo, alla C dell’Alfabeto Pandemico: ci servirà per farci le domande giuste, stupire le nostre attese e illuminare angoli nascosti del possibile.

I feedback a fine sondaggio si chiudevano con una frase potente come una spada di Damocle sulle teste di tutti noi che ci occupiamo di contenuti ma la verità è che in questo percorso di creazione di parole nuove non saremo soli, lo dovremo affrontare partendo dalle persone, e con le persone. Solo così riusciremo a progettare un nuovo domani che sia a misura di tutti.

Ringraziamenti 

Un grazie speciale ai membri dei gruppi Facebook Microcopy & UX writing Italia, Socialgnock ItaliaCopy 42, e Rete al Femminile Bologna per aver partecipato al sondaggio e per le cinque pagine di feedback liberi. Questo articolo esiste grazie a voi.

Ecco il pdf scaricabile con I risultati del sondaggio "Le parole in questi giorni incerti" (72 download) .

Varie

Mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensi tu che hai letto fino a qui. Credo nell’importanza del confronto quindi spero che ti paleserai nei commenti o in privato. Se non volessi esporti, puoi scrivermi una mail.

Mi scuso per i possibili refusi che sicuramente non mancheranno. Se ne vedi uno terribile, scrivimi.

Se hai trovato tra virgolette una tua frase e vuoi essere citato – sarà per me un piacere – o preferisci che tolga la frase scrivimi.

Tengo molto a questo lavoro ma mi rendo conto che nonostante passino i giorni alcune domande, per me, rimangono ancora senza risposta.

Mi scuso con chi si è sentito escluso perché non ho incluso un gender fluid – faccio sondaggi molto raramente – e con chi non ha ritrovato il suo job title – i lavori del digitale sono talmente tanti che era davvero un’impresa, ci ho provato!

10 commenti su “Le parole in questi giorni incerti”

  1. Ciao Sarah sempre in prima linea quando c’è da commentare. Vero l’articolo è lungo, me lo hai scritto, ma l’ho letto fino in fondo😜. È un testo approfondito, curato e professionale. Approfondire, curare essere professionali, ecco le parole che mi porterò con me in questa ehm fase 2. Complimenti Sarah per l’accuratezza nel citare le fonti ed Il garbo con il quale ti affacci al mondo. 😚Grazie!.

    1. Sarah Saccullo

      Ciao Alessandra! Sono contenta che ti piaccia. I nostri scambi di idee sono sempre interessanti. Ti ringrazio, Sarah

  2. Paola Barberis

    Ciao Sarah, è stato un piacere rispondere al sondaggio e ancor di più vedere concretizzato il tuo progetto. Il tuo articolo è scritto bene e ti accompagna per mano fino alla fine. Mi riconosco in molto di quello che scrivi e concordo con te: siamo in una zona grigia e c’è un grande lavoro da fare, con le parole e con i fatti.

  3. Ciao Sarah, un articolo interessante. Grazie 🙂
    Credo che la confusione del lessico (la “zona grigia”) sia la stessa che sentiamo un pò tutti. Un sintomo della mancata normalità che per ognuno ha un significato diverso.

    1. Sarah Saccullo

      Grazie a te, Alessandra! Pensi che se lavoriamo sulle parole usciremo dalla zona grigia?

  4. Ciao Sarah, davvero un articolo interessante e di grande attualità! In effetti le parole giocano un ruolo fondamentale, soprattutto in periodi carichi di ansia come questo. Lavorando a stretto contatto con medici, odontoiatri, ecc., sono alla continua ricerca di parole e frasi il più possibile rassicuranti per parlare di prevenzione, rischio di contagio, ecc., pur nella consapevolezza di non poter omettere alcuna informazione importante. Quello che cerco di evitare nei miei testi, non sempre riuscendoci, è la zona grigia che Valentina Di Michele ha giustamente chiamato in causa citando Wittgenstein. Ritengo che il modo migliore per farlo sia ricercando in tutti modi la semplicità e la chiarezza quali sinonimi di onestà intellettuale. Probabilmente è un retaggio della mia esperienza come traduttrice: se non capisco un testo al 100% non posso pensare di tradurlo in un’altra lingua; devo prima ridurlo agli elementi più semplici e solo quando sono sicura di aver compreso ogni sua parte posso pensare di ricostruirlo.

    1. Sarah Saccullo

      Ciao Elda! Ti ringrazio per aver condiviso la tua opinione. Capisco perfettamente la ricerca della semplicità di cui parli. Scrivo per lo più di argomenti tecnici – come edilizia e ingegneria – e mi trovo spesso a “tradurre” normative in concetti che possono essere capiti da tutti, e non solo dai tecnici. Eh sì, sono d’accordo con te: scrivere è un po’ come tradurre e bisogna sempre essere onesti.

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